sabato 9 agosto 2014

The art of Enkū

In questo post vorrei presentare brevemente al lettore un artista giapponese le cui opere singolari fanno capolino di tanto in tanto su internet e nei libri d'arte ma la cui esistenza rimane per lo più nell'ombra fuori dal suo paese.

Sto parlando di Enkū 円空 (1632-1695), il fabbricante di immagini buddhiste (仏師) itinerante. Vidi per caso una sua statua anni fa in un libro di arti asiatiche - uno dei pochi all'epoca tradotti in italiano, opera dei decani Nagahiro e Kuno - ma poco si poteva carpire su un artista i cui lavori appaiono quasi dei monstra a fianco di monumenti dell'arte giapponese come le sculture di Kūkai o Unkei. Naturalmente l'opera di Enkū appartiene a un'epoca molto diversa, più vicina a noi: quella Tokugawa (muore nell'era Genroku a 63 anni).

Le statue di Enkū sono note sia per la loro essenzialità stilistica, caratterizzata da grezzi natabori 鉈彫 (colpi di sgorbia) su blocchi lignei che non di rado conservano la loro forma naturale, sia per lo spirito rustico e al contempo familiare che sembra connotarle. È a quest'ultimo aspetto che le sue icone (buddhiste e non solo), ormai note come enkūbutsu 円空仏, devono la loro notorietà presso i collezionisti e il pubblico giapponese. Si ipotizza che Enkū abbia realizzato fino a 120.000 icone, oggi disseminate per il Giappone o perdute, mentre più di 5000 sarebbero catalogate e conservate.

Prima di mostrarne alcuni esempi spendo qualche parola sulla biografia di Enkū, che è stata per lo più ricostruita a posteriori grazie a testi come il Kinsei Kijin-den 近世畸人伝 (1790), "Vite di eccentrici della nostra epoca" e il più tardo "Vite di monaci eminenti - Continuazione" 続日本高僧伝 (1884). Nel primo testo compare anche una singolare illustrazione, in stile manga, che ritrae Enkū al lavoro (qui sotto)




L'immagine ritrae vividamente Enkū mentre con la sua roncola inizia a scolpire il viso di un re divino 仁王 nel tronco di un grosso albero vivo. Un aiutante regge la scaletta su cui l'artista si tiene, si direbbe precariamente, mentre quello che forse è il committente osserva la scena con un'espressione tra l'entusiasta e il preoccupato (l'episodio sarebbe realmente accaduto a Senkō-ji).

Una delle prime enciclopedie buddhiste giapponesi del XX secolo colloca Enkū nel lignaggio Rinzai 臨済宗, la corrente Zen più celebre dell'epoca Edo, ma non è chiaro su quali basi visto che fonti frammentarie ma coeve gli attribuiscono unicamente un'ordinazione Hossō 法相 ricevuta a 40 anni e successive trasmissioni Tendai 天台宗, una delle quali ricevuta proprio a Miidera 三井寺, il cuore della scuola Jimon 寺門. Queste contraddizioni diventano meno importanti se si tiene conto della ben nota difficoltà dei primi sistematizzatori moderni nell'inquadrare certe figure religiose pre-moderne in termini di lignaggio e di appartenenza. Enkū fu infatti un monaco itinerante (angya-sō 行脚僧) per quasi tutta la sua esistenza. Sebbene la scuola Zen 禅家 abbia contribuito a riportare in voga la pratica del pellegrinaggio e della questua, sembra che l'attività creativa e religiosa di Enkū si debba inscrivere piuttosto nel modello di ascetismo tradizionale dei culti della montagna 山岳信仰 e in generale fuori dalle maglie delle istituzioni templari. Enkū, come altri girovaghi - ma anche personalità note come Jiun Sonja 慈雲尊者 (1718-1804) - testimoniano il graduale affermarsi in epoca Edo di trend non rigorosamente settari e dalla vitalità interessantissima, pur nel contesto di quello che un celebre studioso definì il buddhismo funerario 葬式仏教 e decadente di età Tokugawa.

Si dice che, a seguito di un voto, durante i lunghi viaggi che lo porteranno fino alle montagne di Ezo (odierno Hokkaidō) egli abbia abitato unicamente grotte o ripari isolati. Sempre ad un voto si dovrebbe ricondurre la pratica di scultura seriale che lo impegnò tutta la vita. Questa pratica è attestata anche in tempi più antichi, di solito nel contesto di sādhanā esoteriche 密教 e con un carattere più stereotipato; il lavoro instancabile di Enkū invece non solo è vario e originale, ma sarebbe legato alle richieste di un'infinità di committenze locali e rurali, come testimonia la larga disseminazione delle sue statue in Giappone.

Dopo perigliosi viaggi, Enkū morì nella provincia di Mino (odierna prefettura di Gifu 岐阜県) non lontano da dove era nato. Si dice che l'ultima statua da lui realizzata sia stata un Kangi-ten 歓喜天 (in occidente più noto con nome indiano di Gaṇeśa) forse quello ancora oggi custodito nel tempio di Senkō-ji ove è venerato come hibutsu 秘仏 o "icona segreta". Lo stesso tempio, oggi di denominazione Shingon, conserva molte delle opere più mature di Enkū.


A sinistra un Sukuna a due teste, a destra un misterioso Kannon dalle mille braccia e al centro un favoloso Ugajin 宇賀神 che è una delle mie opere preferite di Enkū. Ugajin è una divinità sincretica che meriterebbe ulteriori approfondimenti, qui basti dire che nella forma rappresentata ha il corpo di un serpente avvolto in spire e la testa umana. La maniera in cui Enkū interpreta la sua immagine caratteristica è incredibile.

Dopo un paio di secoli di quasi-oblio l'opera di Enkū è diventata per gradi sempre più familiare ai giapponesi, specialmente nel contesto della riscoperta dell'arte popolare (mingei 民芸) in cui Yanagi Muneyoshi ebbe un ruolo importante. Su questo studioso consiglio questo articolo da Cipango (French Journal of Japanese Studies) che fa riferimento anche a Mokujiki 木喰, un altro celebre scultore seriale. Per vedere altre opere invece desisterò dal rubare immagini in giro per la rete e consiglio questo blog (invero un po' assurdo) in inglese che mette in mostra immagini sparse, molte in relazione con le esposizioni più recenti che si sono tenute in Giappone nel 2009 e nel 2013. Sulla vita di Enkū hanno fatto anche un film sul cui valore non sono in grado di pronunciarmi ma che mi sembra un po' così. Su youtube invece c'è il seguente documentario NHK, che consiglio:

domenica 22 giugno 2014

A tribute to the Yijing

Questo post è un semplice tributo ad un testo tra i più noti al mondo e a me molto caro, i Mutamenti di Zhou 周易 o Classico dei Mutamenti. Nella sua cultura d'origine questo libro, antico e stratificato, da più di 2000 anni costituisce una miniera inesauribile di conoscenza e di ispirazioni. Propongo qui un bel passaggio, a un tempo esplicativo e poetico, dedicato al senso di quest'opera e tratto dai commentari Xi Ci. Più in basso offro la traduzione inglese, datata ma illustre, del grande sinologo James Legge:


繫辭下:
易之為書也不可遠,為道也屢遷,變動不居,周流六虛,上下无常,剛柔相易,不可為典要,唯變所適,其出入以度,外內使知懼,又明於憂患與故,无有師保,如臨父母,初率其辭,而揆其方,既有典常,苟非其人,道不虛行。

Xi Ci II:
The Yi is a book which should not be let slip from the mind. Its method (of teaching) is marked by the frequent changing (of its lines). They change and move without staying (in one place), flowing about into any one of the six places of the hexagram. They ascend and descend, ever inconstant. The strong and the weak lines change places, so that an invariable and compendious rule cannot be derived from them; - it must vary as their changes indicate. The goings forth and comings in (of the lines) are according to rule and measure. (People) learn from them in external and internal affairs to stand in awe. (The book), moreover, makes plain the nature of anxieties and calamities, and the causes of them. Though (its students) have neither master nor guardian, it is as if their parents drew near to them. Beginning with taking note of its explanations, we reason out the principles to which they point. We thus find out that it does supply a constant and standard rule. But if there be not the Proper men (to carry this out), the course cannot be pursued without them.

Il grande sinologo scozzese J. Legge (1815-1897)
con tre allievi cinesi. (da Wikipedia)

mercoledì 18 giugno 2014

Battlefronts real and imagined

In attesa di tornare in avanscoperta con nuovi post, suggerisco al viandante questo ottimo libro:


BATTLEFRONTS REAL AND IMAGINED

War, border and identity
in the chinese middle period

Edited by
Don J. Wyatt

MacMillan 2008

Si tratta, come d'uopo, di una raccolta di articoli. Non l'ho ancora consumata a dovere ma consiglio in particolare il V capitolo, opera di M. A. Butler, intitolato "Hidden time, hidden space: crossing borders with occult ritual in the Song military". Oltre ad essere un valido spunto per accedere al enciclopedico mondo della letteratura militare cinese (del primo millennio) esso presenta al lettore un argomento noto a grandi linee a molti sinologi, ma di rado studiato in dettaglio nei suoi sviluppi: la disciplina nota come Qimen Dunjia - che in termini inadeguati potremmo definire il corpus di nozioni cosmologiche utilizzato per proteggere l'uomo da eventi nefasti attraverso prescrizioni rituali di diverso genere, divenuto col tempo materia di studio militare. Naturalmente applicazioni più pacifiche sono ben attestate nella storia cinese e oltre a sopravvivere in forma riconoscibile nel daoismo moderno, costituiscono la base storica di buona parte dell'Onmyōdō nipponico a cui ho fatto riferimento già qualche volta, per esempio in questo post.

domenica 17 marzo 2013

Śākyamuni


Kanō Tan'yū
狩野探幽
(1602-1674)

Shaka

Kakemono
Mampukuji, Uji, Prefettura di Kyōto

lunedì 28 maggio 2012

The Pianarosa Library

Questo post è speciale per due motivi: il primo è che segnala la prossima inaugurazione di una importante biblioteca accademica dedicata al jainismo, la Pianarosa Library che si preannuncia come una delle più fornite al mondo sull'argomento.
Il secondo motivo, altrettanto importante visto il sostanziale carattere personale di questo blog, è che Paolo Pianarosa (1949 - 2010) a cui la biblioteca è intitolata, fu mio cugino. Sia detto in breve che ad egli debbo ispirazioni irripetibili che hanno orientato i miei interessi e le mie passioni intellettuali, in special modo quelle poveramente rappresentate su queste pagine.

Se poche parole mal accostate sarebbero del tutto insufficienti per dare un'idea del profondo legame affettivo e famigliare che ci ha unito, posso però riferire che la sua cultura ed il suo eclettismo mi hanno consentito di accedere precocemente a documenti ed esperienze altrimenti irraggiungibili, specialmente per uno studente distratto quale fui e resto. Voglio ricordare qui anche il suo grande amore per la montagna e per l'arrampicata libera. Tra i due, posso dire di condividere in pieno il primo, che coltivo a tutt'oggi appena posso e che si ricollega alla stessa tradizione religiosa giapponese che più mi interessa. La seconda l'ho praticata sotto la sua severa guida come principiante solo in un paio di occasioni, indimenticabili.

Alla sobria nota biografica sul sito della biblioteca vorrei solo aggiungere che le conoscenze di Paolo Pianarosa si estendevano ben oltre l'ambito degli studi jainisti. Filosofo, esperto di marxismo, dedicò buona parte della vita anche ad altri aspetti degli studi asiatici: tra gli altri manicheismo, buddhismo e indologia in genere. Si pensi che gli approssimativamente 1600 tomi dedicati al jainismo, donati dalla famiglia all'Università di Bonn, costituiscono solo una parte della sua collezione asiatica. Una frazione minima degli altri testi è poi rappresentata da quelli che di tanto in tanto, con incredibile generosità, mi cedette. Si trattava in genere di dizionari e strumenti, spesso rari o costosi, che all'epoca non avrei mai potuto reperire con i miei mezzi.

Mi auguro che molte nuove generazioni di indologi, studiosi e semplici appassionati possano trovare in questa biblioteca ciò che cercano, onorando così la memoria di chi ha voluto condividere la sua conoscenza con chiunque sia in grado di gioirne.




The Pianarosa Library
The University of Bonn
Institute of Oriental and Asian Studies (IOA)
Department of Asian and Islamic Art History
Adenauerallee 10
53113 Bonn, Germany




Il giorno 28 giugno 2012 si terrà presso la Pianarosa Library una presentazione in occasione della sua apertura ufficiale. Il flyer è disponibile sul sito ma lo linkiamo anche qui. Il catalogo completo della biblioteca è invece consultabile comodamente in pdf a questo link.



domenica 13 maggio 2012

Vajrayāna: on the very definition of the tantric path in buddhist scriptures

"In adopting the construct of Vajrayāna scholasticism for the philosophical and exegetical literature on the subject of Vajrayāna, however, we encounter the danger of anachronism and imprecision. The term Vajrayāna itself is of course not uniformly applied to Esoteric Buddhist scriptures and their Indian commentaries, even in the case of the developed literature of the Unexcelled Yoga Tantras. The Esoteric Community Tantra itself makes no reference to a "Vajra Vehicle," or even to a "Mantra Vehicle" (mantrayāna). It claims, instead, to provide practitioners with the means of salvation "in this unexcelled Great Vehicle" (asmin mahāyāne hy anuttare).
Elsewhere, it refers to itself as a "way of mantras and transcendences" (mantranayapāramitānaya). These latter terms, usually in contrast, are in fact far more common in the Tantric Buddhist scriptures and commentarial literature through the eighth century C.E."

Estratto da John R. B. Campbell, Vajra Hermeneutics: A Study of Vajrayāna Scholasticism in the Pradipoddyotana (tesi dottorale, consultabile qui)

lunedì 30 aprile 2012

About kujikiri II

Il primo post di questa serie si trova qui.

Il kujikiri è spesso considerato in Giappone la forma abbreviata (anche detta hayakuji 早九字) di un rituale più complesso, noto nelle fonti shugendō come kuji no daiji 九字之大事, che comprende anche la realizzazione di nove sigilli 印契 (dal sanscrito: mudrā) sul modello indiano accompagnati da mantra 真言 specifici. Tale versione, commista di elementi tipicamente associati al buddhismo esoterico 密教 caratterizza le ultime fasi dell'evoluzione del rituale in Giappone. La cosiddetta forma breve, descritta sinteticamente all'inizio del primo post, rimane tuttavia il nucleo più antico del rituale, dotato di una vitalità propria e più vicino allo scongiuro cinese che ne è all'origine.

Il seguente excursus cercherà di seguire le tracce a noi note di due elementi fondamentali del rituale: il primo è rappresentato dalla formula verbale in nove caratteri. Il secondo, complementare, è rappresentato dalla gestualità associata, ovvero la realizzazione di un tracciato reticolare effettuata di solito con una mano. Questo tracciato in passato poteva essere realizzato con armi concrete (spade rituali, sferze) o rappresentato graficamente su carta e altari appositamente allestiti. In ogni caso, formula e talismano hanno origini differenti e la prima sembra essere nettamente più antica del secondo.
 
La prima occorrenza importante dell'ingiunzione si trova nella sezione operativa del Baopuzi (Hōbokushi Naihen 抱朴子内篇), opera enciclopedica che prende il nome dal suo stesso autore, meglio noto come Ge Hong (葛洪 Katsu Kō, 283-343). Il suo trattato, scritto nell'era turbolenta dei Jin Occidentali 西晋 (Sei Dinastie) oltre a testimoniare la ricchissima tradizione magico-alchimistica esistente all'epoca nel sud della Cina, avrà una grande influenza su tutto il daoismo posteriore. Nel XVII capitolo (登渉篇), dedicato alle pratiche ascetiche che si debbono svolgere in montagna e in luoghi selvaggi, tra le molte indicazioni compare la seguente ricetta:

抱朴子曰:入名山,以甲子開除日,以五色繒各五寸,懸大石上,所求必得。又曰,入山宜知六甲秘祝。祝曰,臨兵鬥者,皆陣列前行。凡九字,常當密祝之,無所不辟。要道不煩,此之謂也。

Baopuzi dice: «Recandosi su montagne sacre, si scelga un giorno fasto [nel sistema ciclico] Jiazi. Se si sospenderanno nastri dei cinque colori larghi cinque pollici su una grande pietra, ciò che si persegue sarà certamente ottenuto». E ancora: «Entrando nelle montagne si dovrà padroneggiare la Formula Mistica dei Sei Jia, che recita: “linbing douzhe jie zhenlie qian xing”. Proferendo sempre le nove sillabe in segreto, non vi è nulla che non si potrà scongiurare. Questo è ciò che si dice “[esporre] regole fondamentali chiare e concise”. 

Per ragioni di sintesi non è possibile affrontare in dettaglio argomenti quali il sistema ciclico Jiazi 甲子 e più in generale la cosmologia cinese, che pure hanno dato un'impronta fondamentale anche al pensiero religioso giapponese. Piuttosto conviene fare alcune osservazioni sulla nostra formula, che qui prende il nome di “Formula Mistica dei Sei Jia” 六甲秘祝 (in giapponese Rokkō Hiju). La sua origine non è chiara, tuttavia sembra estratta da un'opera cronologicamente anteriore, strettamente legata al lignaggio di Ge Hong e dei suoi predecessori, nota come “I Cinque Talismani Lingbao” (太上洞玄靈寶五符序 DZ388). Quest'ultimo è in realtà il testo più antico e venerato nella tradizione Lingbao 靈寶 (Reihō), che getta le sue radici nel proto-daoismo. La versione ricevuta di tale testo è senz'altro posteriore e ricca di interpolazioni, ma l'ingiunzione potrebbe essere parte del nucleo più antico. Comunque sia, è evidente che tale versione arcaica della formula non corrisponde in toto a quella più diffusa in Giappone, riportata all'inizio del primo post. Gli ultimi due caratteri infatti presentano una sorta di inversione, con qian (前 zen) in posizione avverbiale rispetto ad uno xing (行 gyō) assente nella versione più nota, che prevede invece zai (在 zai) in penultima posizione.

Il senso della formula è il seguente: “pronti alla battaglia i combattenti formano i ranghi e si fanno avanti”, pressoché concorde con la lettura kanbun 漢文 che se dà in Giappone (ove tale versione classica non è certo sconosciuta).

Una pagina del Baopuzi Neipian (Hōbokushi Naihen), l'opera forse più nota dell'alchimista Ge Hong in cui fa la sua comparsa la formula in nove sillabe, qui detta Liujia Mizhou (Rokkō Hiju). Lo scongiuro sembrerebbe estratto dal repertorio della tradizione rivelata Lingbao (Reihō). A margine, sembra che altri testi della tradizione Lingbao non fossero del tutto sconosciuti in Giappone (secondo il Genzaisho dell'890).
Poiché i luoghi desolati adatti all'ascesi erano tradizionalmente considerati pieni di pericoli visibili ed invisibili, Ge Hong prescrive questa formula insieme a molti altri espedienti protettivi, tipicamente in forma di talismani (符). Il linguaggio guerresco è metaforico, ma all'epoca di Ge Hong erano già ben note le applicazioni militari del sapere daoista, in particolare delle teorie geomantiche alle quali il nome dello scongiuro allude. Il termine “Sei Jia” 六甲 si riferisce infatti a sei combinazioni particolarmente faste nel sistema ciclico Jiazi, già menzionato, caratterizzate da una forte natura Yang (陽 Yō). Tali combinazioni sono presiedute da spiriti custodi che debitamente invocati proteggono l'iniziato sia da influssi negativi o “venefici” (邪気) che da entità malevole (umane, bestiali o sovrannaturali). La struttura stessa della formula, composta da nove sillabe, rimanda al numero Yang per eccellenza, di per sé dotato di qualità talismaniche e in stretta relazione con altre enneadi tipiche del pensiero daoista.

La formula compare una seconda volta in un'opera esegetica buddhista del VI secolo. Si tratta del commentario di Tanluan (曇鸞 Donran) ad un testo attribuito al grande sapiente indiano Vasubandhu 世親. Tanluan, vissuto a cavallo tra il regno Wei 北魏 e quello dei Qi 北斉, è una figura cruciale alle origini dell'amidismo in Cina. Oltre alla sua fede buddhista la sua biografia testimonia un inveterato interesse per le tecniche di longevità squisitamente cinesi, non privo di qualche contraddizione. La sua opera, nota in Giappone con il titolo breve di Ōjō Ronchū (往生論註, T1819) è un'apologia della fede nel buddha Amitābha (阿弥陀如来). Nel secondo capitolo Tanluan sostiene che poiché addirittura scongiuri mondani di origine non buddhista sarebbero dotati di qualche virtù, l'invocazione dei nomi di Buddha e Bodhisattva - esseri ultramondani dotati di meriti incommensurabili - non può che essere una pratica salvifica ideale. A proposito delle formule non buddhiste (eppure efficaci) egli cita, a titolo di esempio:
«gli scongiuri che si recitano segretamente [in battaglia] come: “linbing douzhe jie chenlie zai qian (xing)”. Intonando queste nove sillabe si sfugge alle cinque armi; si tratta di una ricetta di Baopuzi».

但一切齒中誦臨兵鬥者皆陳列在前。行誦此九字。五兵之所不中。抱朴子謂之要道者也。

Qui la formula di Baopuzi è ancora ben riconoscibile, se non fosse per alcune novità degne di nota. Si rileva intanto una grafia alternativa per il carattere zhen 陣, che qui diventa chen 陳; tale differenza non è particolarmente problematica anche perché conforme alla versione del già citato “I Cinque Talismani” a cui attinse lo stesso Ge Hong. Più problematica è invece la comparsa di un carattere aggiuntivo apparentemente fuori contesto, zai 在 (zai), con la migrazione di xing 行 (gyō) nel costrutto seguente.

Sebbene rimanga uno spiraglio per qualche teoria alternativa, si tratta quasi certamente dell'errore di un copista. Le ragioni per sostenerlo sono diverse, non ultima il fatto che Tanluan, a parte la sua fede buddhista, era versato nella tradizione daoista e probabilmente conosceva alla lettera il testo del Baopuzi. Anche qui, come nel Baopuzi, si dice che la formula è composta da nove caratteri; ma un tale metro esclude xing e include zai, dando luogo ad una frase dalla sintassi sospetta e ponendo xing in una nuova posizione, ridondante nella migliore delle ipotesi. Ciononostante è proprio questa la versione che si diffonderà maggiormente in Giappone durante il medioevo (1185-1625) per ragioni su cui si possono fare solo ipotesi.

A questo punto è necessario spostarsi in Giappone per accennare in modo schematico alle nozioni di magia cinese note dalle origini fino al tramonto dell'era Heian (1185). Anche se non vi troveremo traccia del kujikiri ancora per qualche secolo, vedremo come rituali protettivi di origine continentale fossero già noti e praticati, specialmente a fini taumaturgici.


--


È noto che il Giappone entra nella storia propriamente detta in un momento imprecisato sul finire del IV secolo, con l'introduzione della scrittura cinese ad opera di sapienti del regno coreano di Kudara 百済. Da allora cultura, arti e maestranze in gran numero giungeranno in Giappone da Kudara fino alla caduta del regno coreano per mano del potente vicino Shiragi 新羅 (660). Sebbene l'epoca di Shōtoku Taishi 聖徳太子 (574 – 622) sia nota per il trionfo del buddhismo presso l'aristocrazia nipponica, la classe colta dell'epoca era ugualmente interessata alle teorie cinesi sullo stato nonché a cosmologia e medicina, già note da tempo sulla penisola coreana.

Tali nozioni formeranno in Giappone le basi del sistema detto onmyōdō 陰陽道 (spesso pedissequamente tradotto come via dello yin e dello yang) che attraverserà tutta l'epoca Heian affiancando il pensiero buddhista di origine indiana e che non è possibile descrivere in dettaglio qui (anche in ragione dell'enormità delle sue applicazioni e della sua complessa integrazione nell'ideologia di stato). Una sotto-rubrica dello stesso onmyōdō merita invece più attenzione: il jugondō 呪禁道, termine che designa in special modo le applicazioni esorcistiche e l'uso di talismani, all'epoca intesi primariamente come strumenti medici.

Considerare il jugondō come parte del sistema ufficiale dell'onmyōdō è in realtà problematico, visto che alcuni suoi esponenti subiranno l'ostracismo di aristocratici e funzionari fino al punto di essere banditi dalla capitale, mentre la sopravvivenza di alcuni dei suoi metodi dopo l'epoca Nara appare più simile ad una appropriazione da parte dei maestri yinyang 陰陽博士 piuttosto che un tributo alle abilità prodigiose dei loro predecessori, in buona parte coreani naturalizzati (su tutta la faccenda consiglio eventualmente questa lettura in cinese - o questa, in inglese ma un po' minimale). D'altra parte – a tutto vantaggio di questa sintetica esposizione – è corretto affermare che il jugondō precede cronologicamente l'onmyōdō sistematico e rappresenta una prima introduzione di concetti cinesi relativi alla profilassi magica e all'uso di scongiuri, con modalità che prefigurano abbastanza fedelmente gli usi dello stesso kujikiri.

Vediamo una definizione di questa disciplina di origine cinese proveniente da un celebre commentario al Taihō Ritsuryō sezione “Norme sull'Esercizio Medico” (医疾令):

咒禁生、学咒禁、解忤、持禁之法。持禁者、持杖刀読咒文、作法禁 気為猛獣虎狼毒虫精魅賊盗五兵不被侵害。又以咒禁固身体、不傷湯火刀刃、故曰持禁也。 解忤者、以咒禁法解衆邪驚、故曰解忤也。 (283, Ryō no Gige 令義解)

Gli studiosi jugon perfezionano le tecniche dette kaigo e jikin. Jikin consiste nel recitare ingiunzioni brandendo una spada, bloccando gli influssi [negativi] in modo che fiere, tigri, lupi, insetti velenosi, malocchio, briganti o le cinque armi non possano recare danno. Con le ingiunzioni si può inoltre irrobustire il corpo [al punto di] non essere ustionati dal fuoco o feriti da lame. Perciò si chiama “jikin” (ossia “padronanza delle ingiunzioni”). Il metodo kaigo prevede [invece] l'utilizzo delle ingiunzioni per liberare le persone dalla pazzia, perciò è detto “kaigo” (il termine designa probabilmente una forma di esorcismo).

Lasciamo da parte l'applicazione detta kaigo, su cui oggi possiamo fare solo qualche congettura; concentriamoci piuttosto sul jikin 持禁 o “padronanza delle ingiunzioni” che è letteralmente il nucleo del jugondō (la sillaba kin 禁 nei termini jikin e jugon ha infatti la stessa accezione di blocco o neutralizzazione di forze nefaste). Poiché il testo giapponese in esame ricalca in parte definizioni già presenti nei codici Tang, siamo di fronte ad una descrizione concisa ma illustre delle virtù della magia protettiva cinese.

Come per Baopuzi, ma questa volta in termini più generali, si deve sottolineare l'enfasi sul potere attribuito alle ingiunzioni di respingere gli influssi nefasti. In linea di massima tale potere non appare direttamente dipendente dalle virtù dell'officiante (che pure deve sottostare a rigide norme di purità) quanto piuttosto dall'autorità ineludibile di entità numinose, organizzate gerarchicamente su un modello statuale, che egli può far valere in ragione della sua conoscenza della struttura invisibile del cosmo. Le formule sono di per sé talismani (o a talismani sono strettamente associate) e come tali sono oggetto di rivelazione divina; in questo senso costituiscono segni di autorità, capaci ipso facto di neutralizzare forze maligne o caotiche.

Per quanto riguarda la pretesa virtù delle ingiunzioni di “irrobustire” il corpo, proteggendolo così da insulti di varia natura, si deve ricordare che la magia cinese – così come il daoismo settario posteriore – conosce una specularità strettissima tra macrocosmo e microcosmo. Il corpo umano non è semplicemente collocato all'interno di un complessa rete di influenze, secondo un principio di analogia; esso è in potenza la rappresentazione stessa del cosmo, in senso sincronico, fin nelle sue profondità siderali. Ciò che consente di regolare le forze della natura può, in linea di principio, operare anche su un piano fisiologico, per esempio neutralizzando soffi mortiferi o l'attività di “parassiti” immateriali che abitano il corpo consumandone la vitalità. Appare quindi meno inconsueto, nel caso giapponese, l'interesse per la magia di origine continentale a fini medici, si direbbe a discapito di metodologie all'apparenza più empiristiche quali farmacopea, agopuntura o moxibustione (introdotte quasi contemporaneamente) che in realtà condividono in larga parte lo stesso retroterra teorico magico.

Infine, ma ciò è per noi di primaria importanza, nel testo compare una spada. L'importanza simbolica di tale arma in Cina e in particolare nel ritualismo daoista è tale che sarà sufficiente farvi solo un cenno. Nel nostro testo la spada compare nella sua qualità di “scaccia demoni” per eccellenza. È una spada esorcistica anche quella che l'iconografia cinese attribuisce a Zhang Daoling 張陵 (Chō Ryō), leggendario fondatore della tradizione dei Maestri Celesti 天師道, nonché ad immortali ed eroi divinizzati. Questo genere di spada rituale, che a partire dalla dinastia Sui sarà generalmente nota in Cina come “Spada dell'Orsa Maggiore” 七星剣 diventerà parte insostituibile dei parafernalia daoisti. Per quanto riguarda il Giappone a cavallo tra le epoche Nara ed Heian, è certo che alcuni antichi esemplari di quest'arma vi furono introdotti, mentre altri furono fabbricati adattandoli al gusto locale (come gli antichi jōtō 杖刀 custoditi nello Shōsō-in 正倉院). Poiché opere proto-daoiste come il Baopuzi già prescrivono l'uso della spada per tracciare quadrati magici ed altri segni protettivi, il nostro testo dimostra che i maestri jugon giapponesi applicavano metodi analoghi se non direttamente derivati, associando le ingiunzioni a particolari movenze dell'arma (che diverranno vere e proprie danze della spada 剣舞).


Due esempi di Shichiseiken (Spada dell'Orsa Maggiore) di fabbricazione giapponese. In alto l'esemplare custodito presso lo Shitennō-ji, in basso l'esemplare particolarmente prezioso appartenente allo Shōsō-in. Il dettaglio consente di apprezzare meglio l'incisione rappresentante le sette stelle dell'Orsa e il motivo di nubi. È probabile che tali armi sopraffine fossero destinate ad offerte o ad usi magici simili a quelli descritti nel testo. Oltre al loro significato religioso, simili spade rivelano l'influenza della metallurgia cinese su quella nipponica nella sua età aurorale, infatti i modelli qui rappresentati, genericamente detti chokutō, si rifanno senza dubbio a prototipi Sui e Tang ad un solo taglio, in ogni dettaglio.  
Prima di tornare nuovamente in Cina è necessario trarre qualche conclusione. Innanzitutto le osservazioni appena fatte non sono superflue e torneranno utili anche a proposito del kujikiri il quale, per metodi e finalità, si inserisce a pieno titolo nel solco tracciato secoli prima dal jugondō, sebbene in forma sincretica o di revival. L'impiego della spada sopravvive senza dubbio in forma stilizzata nella gestualità associata al nostro rituale.

Eppure in Giappone non vi è traccia del kujikiri almeno fino al XIII secolo. Sappiamo che durante l'epoca Heian, all'apice della loro fama, i maestri yinyang introdussero e svilupparono molti rituali di origine cinese, elencati in raccolte come il Bunkanshō 文肝抄. Tra questi, come vedremo, alcuni ricalcano in parte i metodi che sono anche all'origine del nostro scongiuro, ma nessuno lo riporta in modo riconoscibile.
Opere posteriori come l'Honchō Shinsen-den 本朝神仙傳 attribuiscono a celebri maestri onmyō dell'era Heian (come i Kamo 賀茂 e gli Abe 安倍) conoscenze più specifiche - se non l'impiego del kujikiri tout court - ma si tratta di anacronismi e leggende, risalenti ad un epoca in cui l'onmyōdō era rappresentato da lignaggi secondari per lo più vicini ai clan militari provinciali. Nonostante un testo pertinente quale il Baopuzi fosse noto in epoca Heian (come attestato dal catalogo Genzaisho 日本国見在書目録 circa 890) sembra che la sola formula non abbia destato interesse, probabilmente in mancanza di una tradizione viva riguardante il suo utilizzo.

Continueremo con la Cina in un prossimo post, indagando sulle origini del tracciato reticolare 格子 popolarmente noto come dōman in Giappone. Faremo qualche ipotesi sull'associazione dell'ingiunzione con il talismano stesso, che rappresenta la nascita del kujikiri propriamente detto in terra giapponese.